Omaggio a Rene Marino Rivero - Bandoneon

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Omaggio a Rene Marino Rivero

OMAGGIO A RENE MARINO RIVERO E ALEJANDRO BARLETTA
di Héctor Ulises Passarella

In pochissimo tempo sono scomparsi i due più grandi artisti che la storia del bandoneón abbia avuto nei suoi centocinquanta anni di vita: l’argentino Alejandro Barletta (1925-2008) e l’uruguaiano René Marino Rivero (1935-2010).
I nomi di questi due grandissimi musicisti sono praticamente inseparabili, e non solo perché si tratta, rispettivamente, di maestro e allievo, ma anche per una serie di fattori che gli amanti del bandoneón non possono ignorare, anzi, devono prendere a modello affinché, un giorno, questo strumento possa occupare un posto di rilievo nel mondo della musica, così come, ad esempio, è arrivata ad occuparlo la chitarra (basta passare in rassegna tutta la letteratura, dedicata a questo bellissimo strumento, che si è sviluppata negli ultimi cento anni e apprezzare il grado di perfezionamento tecnico che hanno raggiunto tanti cultori della chitarra).

Sì; sono molti i fattori che caratterizzano questi due straordinari musicisti, che si trovavano a vivere ciascuno in una della due sponde del Rio de la Plata: Barletta a Buenos Aires e Rivero a Montevideo.

Per rendere un giusto omaggio a questi due esimi musicisti, in questo scritto, ritengo sia un mio obbligo, come bandoneonista pioniere in Europa dal 1980 nell’uso del bandoneón non solo limitato al tango, spingermi oltre a tutto ciò che ho già affermato in varie occasioni e nel corso degli anni, sullo strumento in sé e i sui suoi due più grandi artisti.
Il lettore avrà notato che non ho utilizzato la denominazione di "bandoneonisti" riferendomi a Barletta e a Rivero, sarebbe, infatti, veramente riduttivo se consideriamo la prospettiva artistica che entrambi hanno saputo costruire.

Conobbi Alejandro Barletta nel 1975, in occasione di un suo concerto a Montevideo.

Io avevo compiuto 20 anni.
Fu nel Teatro Odeón; ad ascoltarlo erano presenti quasi tutti gli allievi di Rivero, tra cui, il carissimo Oscar Donato, anche lui recentemente scomparso, una persona eccezionale: dava tutto per un amico. E questo lo posso dire per averlo sperimentato personalmente: fu grazie a lui, che, da ragazzo, ho potuto avere un buon bandoneón, per diverso tempo.
Presente alla serata, c’era anche il nostro "salvatore" in caso di problemi di rottura del bandoneón, il grande Toto Bianco.
Eravamo tutti lì, a bocca aperta, ascoltando la meraviglia musicale di quell’uomo, perché Barletta non era solo un virtuoso - e qui vorrei porre un accento – ma anche un musicista molto preparato e con una sensibilità particolare verso i classici come, Bach, Vivaldi, Frescobaldi e tanti altri, caratteristiche che lo rendevano tra i più grandi interpreti del XX secolo, con la stima dei più famosi e riconosciuti concertisti e compositori contemporanei!!!
Quando il concerto terminò, Rivero mi presentò Barletta, il quale con un tono tra l’ironico e il compassionevole mi disse: "Ah! Lei sarebbe il giovane virtuoso del quale Rivero mi ha parlato? Potrei ascoltarla?".

Che emozione!!!

Stavo parlando proprio con quel grande uomo, il cui nome avevo sentito pronunciare, in modo quasi fantasmagorico, da quando avevo 11 anni e cominciai a suonare nell’Orchestra tipica del mio caro e primo grande Maestro: Oscar Raúl Pacheco.

L’Orchestra di Pacheco era composta da eccellenti musicisti.
A volte, mi mettevo ad ascoltare alcuni di loro che suonavano da soli durante gli intervalli ed io rimanevo letteralmente "imbambolato". Li sentivo parlare anche di grandi interpreti e sentivo nomi come Alejandro Barletta, Jascha Heifetz, Arturo Toscanini, Andrés Segovia, Pablo Casals, …

Un giorno chiesi chi era Barletta, e Pacheco, che era un bandoneonista sensibile e raffinato, nonché uomo di grande umiltà, mi disse: "il bandoneón nelle sue mani sembra un altro strumento, va al di là di quello che tu puoi immaginare. Io lo ascoltai una volta quando venne a suonare qui a Florida e posso assicurarti che arrivai a pensare che sarebbe stato meglio non averlo ascoltato: mi resi conto di quanto io ero distante dal suonare il bandoneón".
E pensare che questo lo diceva Pacheco, che era un grande bandoneonista!!!

Mi piacerebbe che oggi, alcuni giovani bandoneonisti che preferiscono acquistare un bandoneón cosiddetto "cromatico" piuttosto che un vero bandoneón, bitonico e con il suo timbro caratteristico, apprendessero un po’ di umiltà da questo esempio, e smettessero di annoiare il pubblico suonando fuori stile o ancora peggio, tentando di copiare le respirazioni di Piazzolla, suonando con una mano "Oblivion" o "Libertango", come sempre più spesso si sente.

Dai 13 ai 18 anni lavorai come cameriere nel famoso "Tango Bar" di Florida, la mia città natale, e contemporaneamente suonavo tutti i sabati nella già citata Orchestra di Pacheco, la quale nonostante il fatto che il tango, in quegli anni (‘60/‘70), stava praticamente scomparendo dalle sale da ballo dei club sociali, era ancora richiesta. Ovviamente non c’era un ragazzo che a quell’epoca ballasse il tango e si può immaginare come venivo visto io, un ragazzino di 12 anni, che suonava in un’Orchestra Tipica. Che vergogna!!! A volte mi sentivo come un pesce fuor d’acqua rispetto a tutti gli altri miei coetanei. Però mi piaceva così tanto che alla fine superavo qualsiasi cosa, perfino le battute, a volte umilianti, degli altri ragazzi e, soprattutto, quelle delle ragazzine della mia età….
In quel tempo mi ricordo che mi piaceva moltissimo anche un altro grande musicista uruguaiano (bandoneonista e compositore) che ascoltavo sempre in televisione: Luis Di Matteo. Un altro esempio di onestà intellettuale del quale l’Uruguay dovrebbe essere veramente orgoglioso.

Un giorno dell’anno 1971, avevo 16 anni, la radio annunciava un "Concerto di bandoneón tenuto da René Marino Rivero, nella sala della Cultura di Florida: opere classiche e contemporanee".

Non capivo. Molte cose mi suonavano strane: che voleva dire concerto di bandoneón? Un bandoneón nella sala di cultura? Mi sembrava una cosa fuori posto!!! Mi ricordo che pensai: e chi sarebbe il "matto" che, in un momento in cui il bandoneón non si studia quasi più e i giovani ridono di quello strumento antico che suona "musica per vecchi", ha il coraggio di presentarsi suonando da solo? E per di più in una città come Florida, notoriamente provocatoria in materia di arte popolare, in cui erano attivi un grande maestro come Pacheco e un giovane, Nestor Vaz, uno dei più straordinari talenti del bandoneón che abbia prodotto l’Uruguay. Inoltre: che voleva dire "opere classiche e contemporanee" suonate con il bandoneón, al posto di tanghi di Troilo, Piazzolla, Pugliese e altri?
Per tutto il giorno non pensai ad altro ed ero molto in ansia, perché sapevo che, molto probabilmente, con gli orari di lavoro al bar, non avrei fatto in tempo ad andare alla sala di cultura ad ascoltare questo tal Rivero.
Feci una corsa tremenda ed arrivai quando il concerto stava quasi per terminare.
Mi bastò!!!!!!!!!
Tornai al "Tango Bar" non so neanche io come.
Ero profondamente sconvolto.
Decisi di bere un whisky per riprendermi dallo stato di shock in cui ero caduto.
Niente.
Allora presi la mia bicicletta e cominciai a correre disperato per tutta Florida.
Volevo parlare con qualcuno di quello che avevo appena ascoltato in quella sala.

Avevo scoperto un altro pianeta!!!!!!!!!!!!!!!!!

Mio padre era morto da pochi mesi e anche se non era un musicista professionale, faceva il tassista, aveva un gran talento: senza conoscere una nota musicale riusciva a suonare, in pochissimo tempo, qualsiasi strumento che si trovava tra le mani; aveva un orecchio musicale assoluto e una grande vena melodica per comporre tanghi, di cui scriveva anche i testi. Ero sicuro che se avesse potuto ascoltare Marino Rivero avrebbe provato una grande gioia per la meraviglia dell’arte di quell’uomo e, sicuramente, avrebbe compreso il "terremoto psicologico" che in quel momento mi aveva attraversato.
Ma lui non c’era….

Il giorno seguente vidi Pacheco e mi disse: "Rivero è stato allievo del grande Barletta".
Gli domandai: "Ma lei mi può spiegare come mai il bandoneón suona in modo così diverso, tanto da sembrare un altro strumento?"
E lui "Perché loro hanno una conoscenza, un dominio assoluto del mantice che gli permette non solo di suonare aprendo e chiudendo il bandoneón con la stessa comodità e virtuosismo, ma anche mantenendo la stessa qualità del suono. Questo, noi bandoneonisti del tango ce lo sognamo!!!!".

Andai a Montevideo e comprai la partitura della Toccata e Fuga in Re minore di J.S. Bach e un piccolo libretto che raccontava la sua vita.
Lo conservo tutt’ora, come una reliquia.

Era una delle opera che Rivero aveva suonato nella sala di cultura e che non mi lasciava dormire al ricordo di quell’arte contrappuntistica e di quella sonorità che "trasbordava" da quel bandoneón.
Quando finivo il mio turno al Tango Bar, a volte alle 4 del mattino, mi mettevo a praticare cercando di suonare con il bandoneón in tutta la sua estensione, aprendo e chiudendo.
Ma Pacheco aveva ragione: era inutile, senza conoscere i segreti della respirazione del mantice; e non c’era proprio niente da fare, non riuscivo ad ottenere quel suono che mi era rimasto impresso nella mente; non avrei avuto il privilegio di far suonare quello strumento come faceva René Marino Rivero.
Commentai a Pacheco: "mi hanno detto che Rivero non insegna…mi arrendo….cercherò a Montevideo un buon professore di armonia e contrappunto, e andrò avanti a sviluppare alcune idee musicali che ho e che vorrei realizzare con il "Trio di Avanzada" (che avevo costituito insieme a Ricardo León al piano e Cono Castro al basso elettrico).
Allo stesso tempo ero affascinato anche da altre cose: "Fugata" di Astor Piazzolla e dalle interpretazioni dei tanghi tradizionali dello straordinario "Sexteto Tango".

A distanza di pochi mesi, dopo il grande successo che ebbe, Rivero tornò a suonare a Florida.

Questa volta, non c’era speranza, non avrei proprio potuto assistere al concerto, per via del lavoro al "Tango Bar". Invidiai le persone che potevano assistere.
Io stavo servendo ad un tavolo, quando verso le ore 22 rimasi paralizzato: mi ritrovo Rivero davanti e sento una voce che dice: Maestro, le presento questo ragazzo, anche lui suona l’acordeón".

Io non sapevo che fare; se nascondermi o fuggire dal locale. Oltre la vergogna di dire a Rivero che suonavo il bandoneón, questo signore aveva detto "acordeón", strumento che per noi, gente di tango, devo confessare per onestà, non viene preso in considerazione a causa del suo timbro più allegro e per le sue ridotte possibilità espressive, era più uno strumento legato ad amatori che, per puro divertimento, suonavano dopo le fatiche del campo.
In quel momento, però, mi vinse l’orgoglio "criollo" e dissi: "Io non suono l’acordeón, suono lo stesso strumento del Maestro, anche se non suono come lui, e suono solo tango". Allora Rivero mi diede la mano e mi disse: "Per favore, non si preoccupi……ciascuno con la sua arte".
Morto di vergogna, non mi azzardai a servire il tavolo dove si sedettero Rivero e sua moglie, la gentilissima Signora Olga.

E qui apro una parentesi. Qualche tempo dopo, quando diventai alunno di Rivero, ebbi, naturalmente, la possibilità di conoscere sua moglie e mi resi conto che accanto al grande artista c’era una grande donna: nella trama di quell’arte unica, non c’era solo un uomo con un talento e un’intelligenza ammirabili, ma anche una donna con una straordinaria sensibilità!!!

Passarono alcuni mesi, era il 1973, anno triste, di tensioni, per tante vicissitudini sociali e politiche che stava attraversando l’Uruguay, e arrivò, quasi senza renderci conto, con un silenzio spettrale, la terribile dittatura militare.
In quei tempi andai a Montevideo per cercare un maestro di Armonia, con il sostegno e l’aiuto dei miei carissimi zii Juan e Diadema, che insieme, più tardi, a Susana Prunés, mia grande amica, mi incoraggiarono tanto e mi stimolarono ad andare avanti nei miei studi.
Così arrivai al prestigioso e straordinariamente saggio Guido Santórsola (Italia 1904-Montevideo 1994)
Santórsola rappresenta il riferimento della formazione di gran parte dei musicisti uruguaiani che si sono resi noti all’interno dell’Uruguay e all’Estero. Era quello che potremmo definire la musica personificata. Non ho mai conosciuto qualcuno con un orecchio musicale come il suo.
Oltretutto, per me, fu come un padre spirituale, durante gli ultimi anni della sua vita.
Da quando mi trasferii in Italia, nel 1980, non vi è stato un giorno in cui non ricevetti, da lui, una lettera….

…. "Che cosa suoni?" mi chiese il primo giorno che mi presentai a casa sua. "Il bandoneón" risposi.
"Intendo dire, che musica suoni?!" ed io "suono Tango, però mi piacerebbe suonare anche il classico come Rivero" e lui "E allora perché non vai a studiare con lui?"  "Perché mi hanno detto che non insegna" risposi io. "Che stupidaggini, caro!!!! Rivero è stato un mio allievo in composizione, digli che ti mando io e che ti insegni entrambe le cose: bandoneón e armonia.

Poche ore dopo ero a Sayago, un altro quartiere di Motevideo, sotto casa di Rivero, a suonare il campanello. In realtà, aspettai un po’ a farlo, perché già dal marciapiede di casa sua si sentiva il suono di quel meraviglioso bandoneón.
Una volta salito in casa, il maestro volle subito ascoltarmi; suonai "Mala Junta" con arrangiamento del gran Leopoldo Federico. Rivero sorridendo, mi disse "Che temperamento, lo rompe il bandoneón!!! Si vede ha avuto un buon maestro! Però se lei è qui sarà perché vuole suonare come me, vero? Allora, se è così, è necessario che dimentichi certe cose, per poter scoprire un altro bandoneón".

Quel giorno non dormì per tutta la notte; non riuscivo a togliermi dalla mente il suono di quel bandoneón.

Da quel momento non vedevo l’ora che arrivasse ogni lunedì, giorno in cui andavo a Montevideo a lezione dal gran Maestro.
Passarono pochi giorni e cominciai subito ad entrare nel suo mondo, un universo, da me, completamente sconosciuto.
A volte, di proposito, arrivavo a Montevideo, che dista più o meno 100 Km da Florida, due ore prima della lezione e mi sedevo in un bar che si trovava proprio sotto l’appartamento di Rivero, per ascoltarlo mentre studiava.

Era un altro mondo: suonava la Toccata di Grammatge, i Preludi e Fuga di Bach, brani tratti dal "MicroKosmos" di Bartók, anche delle composizioni proprie….In quel quartiere si respirava un’aria diversa, perfino le pareti delle case e gli alberi della via Bell mi sembrava che parlassero una lingua diversa….influenzata dal bandoneón di Rivero…

Quando ritornavo a Florida avevo un’energia incredibile e potevo lavorare al Tango Bar fino a 18 ore al giorno senza sentire la stanchezza, anzi, mi riservavo anche alcuni ritagli di tempo per lo studio. Sapevo che a fronte di tutta quella fatica mi aspettava un premio: un mondo di suoni meravigliosi….dovevo solo seguire i consigli del gran Maestro.
Un giorno Rivero mi disse: "Lasci il lavoro in quel bar e si dedichi completamente al bandoneón; di certo, correrà il rischio di morire di fame, ma lo faccia per il bene del bandoneón".
Mi resi subito conto che era una sfida.
E io la accettai immediatamente.
A 18 anni, il fatto che quella meravigliosa mente musicale, credeva nelle mie umili possibilità, era la cosa più importante che mi potesse capitare.
Io ammiravo il suo coraggio, la sua onestà intellettuale, il suo modo di sfidare continuamente la vita e, soprattutto, ammiravo il suo amore per il bandoneón: era capace di sacrificare qualsiasi cosa!!!

Rivero era un’artista in tutti i sensi: aveva una mentalità molto aperta, uno sguardo sempre attento al futuro ed ogni cosa la affrontava tenendo sempre presente il bandoneón e la musica.
A volte avevo la sensazione, dopo le mie costanti osservazioni, che perfino i suoi vicini di casa facevano, in qualche modo, parte della sua arte.
Rivero mi parlava con grande ammirazione dell’amore assoluto che Barletta aveva per il bandoneón, ma, posso garantire, che anche lui ne ebbe tanto per questo meraviglioso strumento.
Con Rivero imparai subito che non bastava essere un bravo bandoneonista per aspirare a portare il bandoneón in prestigiosi teatri, come avevano fatto lui e Barletta, fino a quel momento; Barletta, infatti, fu il primo a portare il bandoneón al Teatro Colón di Buenos Aires nel 1970, dopo aver suonato, praticamente, in tutto il mondo. Quello che serviva era una preparazione musicale e culturale approfondita ed ampia, ed inoltre, il "coraggio del sacrifico", vale a dire, essere disposti a sacrificarsi in ogni decisione presa. Questo, secondo Rivero, faceva la differenza.
Ad esempio, se bisognava camminare 100 Km con il bandoneón in mano senza fermarsi, per vincere una battaglia riguardante il bandoneón stesso, Rivero avrebbe consigliato di farlo senza il minimo dubbio, e senza rinunciare ad alzarsi presto la mattina seguente, bevendo un mate e ricominciando subito con gli esercizi di tecnica come unica via per raggiungere ad essere quello che ancora non si era!!!

Tra lui e il bandoneón non c’era nessuna differenza, si era formata una completa simbiosi.

Io lo osservavo in ogni movimento, e posso assicurare, che persino quando metteva il bandoneón nella custodia aveva un fare diverso: sembrava il padre che dava la buonanotte al figlio……

Credo che a Montevideo non ci fu, in quell’epoca, un bandoneonista professionista che, ad un certo punto, non abbia sentito la necessità di andare a studiare con Rivero. Tutti, giovani e meno giovani eravamo affascinati dal suo talento!!!! E se c’era qualche bandoneonista che non studiava con lui, lo ammirava, comunque, profondamente e andava ad ascoltare i suoi concerti chiedendogli subito dopo: come può essere che lo stesso strumento possa suonare in un altro modo?
Vorrei segnalare anche che seppure Rivero fosse stato allievo di Barletta, aveva un suono e una musicalità diversa dal Maestro. In modo molto naturale era quello che io chiamo un vero artista: uno con personalità!!!
In un Paese come l’Uruguay, in cui non c’erano tanti organi, il bandoneón di Rivero permetteva ad un grande pubblico, di entrare in contatto con le musiche di Bach, Buxtehude, Händel, Vivaldi, Frescobaldi,….e anche con la musica contemporanea, con le sue proprie composizioni, che a momenti davano la sensazione di ascoltare un quartetto d’archi, e non un bandoneón solo, per le possibilità tecniche e timbriche che solo lui sapeva esplorare.
Si.
Posso tranquillamente affermare che nessuno mai nella storia di questo strumento ha sperimentato più che Rivero le vere possibilità tecniche e timbriche del bandoneón.

Durante gli anni 70 sia Barletta che Rivero, produssero molte opere per il bandoneón, un vero patromonio, che mi auguro qualcuno si preoccuperà un giorno di pubblicare per il bene dell’umanità.
Ricordo la straordinaria "Lunas" di Barletta con arie di danze folkloristiche come il gato, il malambo e altre.
Rivero, dopo aver sperimentato anche con nastro magnetico negli Stati Uniti, prese la strada del nazionalismo musicale. Ricordo perfettamente che era un ammiratore profondo di Bèla Bartók ed interpretava meravigliosamente molte opere di questo grande compositore con il bandoneón.

A questo punto devo aprire un’altra perentesi: Rivero e Lamarque Pons, per me, sono i due nomi più alti della musica uruguaiana in riferimento al genere popolare. Non parlo di compositori colti con tematiche popolari, perché l’aggettivo "colto" lo considero sbagliato, trattandosi di arte.
Infatti, preferisco fare la distinzione tra musica d’arte e musica d’intrattenimento.
Rivero e Lamarque Pons sono stati due grandi esploratori della musica popolare montevideana: tango, candombe e milonga. In altre parole, musica d’arte con radici popolari.

Nel 1976, avevo già suonato il bellissimo concerto scritto da Rivero nel ’67, al Teatro Solís di Montevideo, con l’allora Orchestra Sinfonica Municipale;  le sue "Introduzioni e Danze", "Il risveglio sull’isola" ed il "Movimento di Tango" del 1969. Tutta la sua musica mi affascinava per le idee geniali e l’indiscutibile forza di personalità. L’incredibile talento compositivo di questo musicista è subito ben identificabile dalle prime opere del ’63, quando studiava con Guido Santorsola, precisamente nelle magnifiche Introduzioni e Danze. Si tratta di gioielli musicali che metterei tra i più importanti prodotti, fino ad oggi, scritti originalmente per bandoneón. Come anche il suo concerto N°1 (che ho suonato varie volte in Italia) è un esempio di dialogo originalissimo tra bandoneón e orchestra che i giovani aspiranti compositori per bandoneón dovrebbero prendere a riferimento per vincere battaglie!!!
In altre parole: Rivero incarna la figura del musicista, che si va perdendo pian piano a partire dall’inizio del novecento. Quella del virtuoso e compositore insieme con la V e la C maiuscole!!!

Marino Rivero e il chitarrista-compositore Abel Carlevaro, erano sicuramente i due musicisti uruguayani che incarnavano ancora appieno questa figura, senza dimenticarci di Alejandro Barletta in Argentina che scriveva moltissime composizioni per un bandoneón talmente virtuoso che solo lui era in grado di eseguirle!!!
Mi fanno davvero ridere (per non dire piangere) alcuni giovani che non considerano Barletta un bandoneonista perché non suonava il tango popolare.

Ho sempre affermato che quando parliamo di Barletta e Rivero dobbiamo pensare ad un bandoneón superiore, aperto a nuove galassie….
Si.
Oggi ci sono molti giovani aspiranti bandoneonisti che non conoscono né Barletta né Rivero o ancora più triste: i loro professori non gli hanno mai parlato di questi due grandi musicisti.
È come se un aspirante pianista o violinista, anche se poi si dedicherà al jazz o al qualsiasi altro genere musicale, non avesse mai sentito parlare di Rubinstein, Michelangeli, Gould, Szigeti, Rhon,…

Nel 1977, cominciai a studiare composizione con Guido Santorsola. Nel 1980 partii per l’Europa ed ebbi la possibilità di entrare in contatto con "nuovi" mondi culturali; conobbi varie tendenze compositive e feci molte riflessioni.

Un giorno dell’anno 1982 scrissi a Rivero: " caro Maestro, il futuro del bandoneón è nella letteratura originale". Non è necessario che io glielo dicessi, lui lo sapeva più di qualsiasi altro, ed era proprio quello che, insieme a Barletta, cercava di ottenere da tantissimi anni. Ma quello che io volevo dirgli, in quella lettera, era un’altra cosa: bisognava che i più grandi compositori europei scrivessero opere per il bandoneón. Il mio sogno, infatti, era quello di poter interessare, ad esempio, compositori come Penderecki, Rihm, Berio. Se questi compositori avessero scritto per bandoneón, penso che sarebbe stata una cosa di grande aiuto ai tanti sacrifici fatti dai suoi pionieri. Non parliamo di quello che avrei fatto per far sì che Dmitri Shostakovich (Russia 1906-1975) scrivesse un Concerto oppure una Sonata per bandoneón…….Penso anche che se Hindemith, che tra l’altro era un grande ammiratore di Barletta, avesse composto per bandoneón, la storia di questo strumento avrebbero preso un’altra strada, e, sicuramente, si sarebbe realizzato il "sogno donchisciottesco di Alejandro Barletta iniziato negli anni 40", come scrisse una volta il grande critico musicale uruguaiano W. Roldán.

Nel 1985, dopo aver suonato in Italia con l’Orchestra "Arturo Toscanini" di Parma il Concerto di Händel in sol minore e il Concerto di Santorsola (originalmente scritto per due bandoneón) con la direzione di Donato Renzetti, con la presenza in sala dello stesso Santorsola, e avere tenuto decine di recital in Cattedrali, come San Marco a Roma, e in Teatri, come il "Petruzzelli" di Bari, mi vidi obbligato a ritirarmi dalla scena concertistica a causa di una grave affezione reumatica.
Tornai a suonare nel 1993 e lo feci con il mio vecchio amore: il Concerto per Bandoneón e Orchestra Sinfonica di Rivero, con l’Orchestra Sinfonica "Delle Romagne" che avevo costituito nella piccola città di Forlimpopoli.
Avevo già cominciato a comporre le mie "Piezas Riplatenses", ancora in un’ottica praticamente tonale, senza perdere di vista la lezione di Astor Piazzolla in materia di armonia, ritmo e contrappunto, che permetteva, come tutti sappiamo, di fare un tango nuovo.

L’esperienza nella direzione d’orchestra mi insegnò anche moltissime cose dal punto di vista interpretativo: capii, ad esempio, che per ottenere una certa espressività con il violino, non bisognava preoccuparsi del numero di arcate in giù, così come con il bandoneón non bisognava preoccuparsi di dover suonare molto, solamente in apertura. E fu in questo momento che tornai, senza mai perdere di vista alcunie risorse della scuola di Barletta e Rivero, a suonare il tango come lo facevo prima, ispirato ai grandi di questo genere musicale. È così che da quel momento in poi feci sempre una distinzione ben chiara: una cosa è suonare la musica rioplantense, che richiede molti accenti e dunque necessita della forza di gravità del bandoneón suonato quasi sempre in apertura; e un’altra cosa è quando si affronta una letteratura diversa, le esigenze cambiano. Ad esempio, se un buon pianista suona Chopin, poi dovrà cambiare la sua tecnica se vorrà interpretare Bartók o Strawinsky.

Con questo voglio dire, che la musica di Piazzolla, va suonata esattamente come la suonava lui, usando molto la valvola del bandoneón, in modo di poter suonare quasi tutto aprendo.
La musica di Rivero, Barletta, tutta la letteratura barocca e tutte le opere contemporanee per bandoneón che non rientrano nel genere del tango, vanno suonate esattamente come le suonavano Rivero e Barletta, non solo applicando una tecnica che permette il dominio assoluto del mantice sia in apertura che in chiusura, ma anche tenendo in considerazione uno stile specifico.
Ascoltare la Toccata e Fuga suonata da Rivero, il Concerto di Händel suonato da Barletta o la loro stessa musica, sono regali che tutti posso farsi comprando un cd di questi due grandi artisti o, se questo non è possibile, entrando in internet!

Già ho detto che mi prenderò il tempo necessario, un giorno, per poter fare un’analisi adeguata storico-culturale dell’arte di Rivero e Barletta, ponendo particolare attenzione ai gusti compositivi dei due grandi Maestri.

Per ora, con questo omaggio, ho voluto solo ricordare questi due fenomeni, unici, del bandoneón, nonché esprimere la mia sofferenza per la loro scomparsa fisica, e il mio grande rammarico nei confronti della stampa argentina e uruguaiana per non avere dedicato più spazio di fronte a due perdite così importanti.

Parlo da uruguaiano: Rivero è uno dei più grandi artisti che l’Uruguay ha avuto in tutta la sua storia.

Sarà possibile che la sua morte fisica sia lasciata così in secondo piano?

Penso che sia venuta l’ora che i giovani sappiano chi era René Marino Rivero.

Un orgoglio per il Paese!!!

Si.

Sono pochi i giovani che lo conoscono.

Sarà possibile che viviamo in un mondo (e mi riferisco a tutto il mondo) nel quale io potrei definirmi pianista perché riesco a suonare (e per di più male!) con il pianoforte, Oblivion? Sarà possibile che la stessa definizione di pianista poi venga utilizzata per me e allo stesso tempo per Horowitz, Gieseking, Cziffra?

Che meraviglie può portare il progresso tecnologico! Che miracolo può fare la mancanza di tempo che porta l’uomo a non fermarsi mai a pensare, a riflettere, a distinguere!!!

Tutto va bene, tutto è accettabile, però, per favore, non perdiamo di vista la vera arte e i suoi rappresentanti, perché solo questo ci può assicurare la sopravvivenza dell’autentica cultura di un Paese!!!

Il bandoneón deve continuare a vincere battaglie, non possiamo permetterci di perdere quello che due grandi artisti, come Barletta e Rivero, hanno conquistato con talento, amore, coraggio e sacrifici.

Risiede soprattutto nei giovani che amano il bandoneón, la volontà di non permettere che gli insegnamenti di Barletta e di Rivero possano perdersi in un universo senza tempo per la riflessione, unica via per poter collocare ogni cosa nel suo giusto posto.

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